Halloween sì,
Halloween no?

Conoscere per vivere i riti con presenza

22 Ottobre 2026 · di Barbara Visentin

Ogni anno, a fine ottobre, torna la stessa domanda: Halloween sì o Halloween no? C’è chi la liquida come una festa americana che non ci appartiene, e chi la vive come una serata di costumi, zucche e caramelle. Io vorrei proporre di spostare la domanda: non se viverla, ma come.

Perché oltre le maschere e i dolcetti, si nasconde qualcosa di molto più antico e prezioso. Una soglia dell’anno in cui, da millenni, gli esseri umani si fermano a ricordare i propri morti.

E i nostri bambini, che sono già attratti da Halloween per il suo lato giocoso, possono essere accompagnati proprio da lì, dentro un racconto più grande. Questo periodo dell’anno può essere una bellissima occasione per parlare di morte con loro: in questo articolo vi anticipo alcuni modi per farlo.

Samhain, la fine dell’estate

Croce celtica e torre circolare in un antico cimitero irlandese

Mainistir Bhuithe, in Irlanda

Prima di addentrarmi in alcuni aspetti più quotidiani, una piccola premessa sulle origini di questa festa.

Halloween nasce nei paesi celtici (Irlanda, Scozia, Galles) da Samhain (Samhuinn in Scozia, Nos Galan Gaeaf in Galles), un nome che con ogni probabilità viene da sam-fuin, “fine dell’estate”. Per i popoli celtici infatti l’anno era diviso in due stagioni, quella di luce e quella di buio; l’inverno veniva prima dell’estate, così come la notte veniva prima del giorno.

Samhain segnava il loro Capodanno: la soglia tra la metà luminosa e quella buia dell’anno.

Era il tempo degli ultimi raccolti e del ritorno al buio. Le forze della vita si ritiravano nella terra, o nell’Altromondo, fino alla rinascita di primavera. E in quei giorni il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si faceva sottile.

I morti tornavano a casa, e la casa si preparava ad accoglierli. Si lasciava un posto a tavola per chi non c’era più, a volte con del cibo vero, non solo simbolico. Porte e finestre restavano socchiuse, perché le anime potessero entrare. Trascurare gli antenati portava sfortuna: chi mangiava il cibo lasciato per loro veniva escluso dalla festa. I ragazzi si travestivano, impersonando gli spiriti dei morti e il popolo fatato dei sídhe, e andavano in giro a combinare scherzi innocui. È l’antenato del “dolcetto o scherzetto”. Sulla collina di Tlachtga i druidi accendevano il fuoco sacro, che la notte di Samhain veniva portato fino a Tara, la sede dei re d’Irlanda.

Un corvo posato su una lapide sulla collina di Tara, in Irlanda, sotto un cielo nuvoloso

La collina di Tara, in Irlanda

Il cristianesimo non cancellò questa soglia, ma la riscrisse. La festa di Ognissanti arrivò in Irlanda nel VII secolo e, con un decreto della Chiesa dell’835, fu fissata al 1° novembre. Siccome Samhain continuava a essere celebrato, nel 988 si aggiunse la commemorazione dei defunti. La sera prima di Ognissanti divenne All Hallows’ Eve, da cui Halloween. In irlandese, ancora oggi, quella notte si chiama Oíche Shamhna: la notte di Samhain. Nell’Ottocento gli emigrati irlandesi portarono le sue usanze in America, e da lì sono arrivate fino a noi, trasformate.

Luke Eastwood ricorda che Samhain era anche un tempo di introspezione e di comunione con i morti: temi sopravvissuti fino a oggi, anche se in forma diversa.

Nord Italia

Statua di angelo in un piccolo cimitero di campagna tra i cipressi

Halloween non è una festa della nostra tradizione. Ma la notte che racconta, sì. Gli antichi veneti, ad esempio, vivevano con grande serietà questo periodo, con riti precisi per rabbonire gli spiriti dei luoghi. La tradizione veneta racconta che, tra il 31 ottobre e il 2 novembre, i morti uscissero in processione dal cimitero e girassero attorno al paese. Era la processione dei morti. Per rischiarare il loro cammino bisognava accendere dei lumini, e soprattutto mettere alla finestra una lumèra o una suca baruca: una zucca intagliata con un lume dentro. Alcune fonti parlano anche di suche dei morti, posate sui davanzali, lungo i fossi, vicino ai cimiteri, per guidare le anime care e confondere quelle più dispettose. La sera i ragazzi giravano con le zucche accese e bussavano di casa in casa a chiedere castagne, noci e frutta secca.

Vi ricorda qualcosa?

Nei giorni dei Santi e dei Morti le campane suonavano per ore, a chiamare le anime che si radunavano intorno alle case. Per questo anche in Veneto la tavola si lasciava apparecchiata e il focolare restava acceso tutta la notte. Si preparava il piatto dei morti: castagne, zucca, noci, fave e vino.

E poi c’era il filò: le lunghe veglie d’inverno nelle stalle, al caldo degli animali, dove le famiglie si riunivano a lavorare, a cantare e soprattutto a raccontare.

In quelle sere i morti tornavano anche così, attraverso le storie.

Chi muore resta nella famiglia finché qualcuno ne racconta la vita.

Era un modo di tenere insieme le generazioni, di dare un posto alla morte dentro la vita quotidiana, di insegnare ai bambini che chi se ne va non scompare.

Oggi resta solo la maschera

Lapide con la scritta: un popolo senza memoria storica è come un albero senza radici

Arrivando ad oggi, il consumismo ha mantenuto i costumi e i dolcetti, ma ha messo in ombra la cosa più preziosa: la relazione con i nostri morti. Non è un destino che tocca solo Halloween ma succede a quasi tutte le nostre feste: il Natale ridotto ai regali, la Pasqua alle uova di cioccolato. Restano gli oggetti, si perde il perché.

Essendomi occupata per anni di comunicazione, per un verso, e di ritualità, per un altro, ho maturato la convinzione che la risposta non possa essere quella di rinunciare alla forma. I riti hanno sempre avuto bisogno di gesti concreti, di cose da toccare, da accendere, da mangiare insieme. La zucca intagliata, la candela, il travestimento, non sono il problema. Il problema è quando diventano gusci vuoti.

La forma può restare, se la riempiamo di senso:

– Se ci travestiamo, possiamo raccontare ai bambini perché lo si faceva.

– Se bussiamo alle porte, possiamo ricordare per chi si chiedevano castagne e noci.

– Se intagliamo una zucca, possiamo dire che un tempo serviva a guidare le anime verso casa.

È questo che intendo per presenza, ovvero abitare i nostri gesti fino in fondo, sapere cosa stiamo facendo, e perché. Una pratica semplice, che in questi giorni mi sento di consigliare più che mai, perché tocca il tema che la nostra cultura fatica di più a nominare: la morte.

Parlare di morte ai bambini

Un bambino si sporge a sistemare un lumino sulla tomba della bisnonna

Questo periodo dell’anno può rappresentare un’ottima occasione per affrontare un tema che ogni bambino, prima o poi, incontrerà: la morte, che sia quella di un nonno, di un animale domestico o anche la perdita di un’amicizia nel caso di un amico che si trasferisce. Non parlarne non lo protegge. Anzi, lo lascia solo con le sue domande, e il silenzio fa crescere la paura invece di contenerla.

La death education nasce negli anni Settanta proprio da questa consapevolezza: educare alla morte significa includerla nella vita come sua naturale conseguenza. Con la guida rassicurante di un adulto, un’angoscia indistinta può diventare qualcosa che si può affrontare. I bambini, peraltro, sono già curiosi di fantasmi e cimiteri: Halloween ci offre la porta d’ingresso, senza bisogno di forzare nulla.

C’è poi una pratica che amo particolarmente: la cura del ricordo. Ri-cordare significa riportare al cuore. Raccontare la storia di chi non c’è più, cosa amava, una sua frase, è un atto d’amore. Ed è anche un modo per raccontare chi siamo noi: la storia dei nostri morti è parte della nostra identità.

Nelle esperienze di death education nelle scuole, i bambini all’inizio associano la morte soprattutto alla violenza: guerre, incidenti, armi. Dopo il percorso cominciano a collegarla anche alla vecchiaia e alla malattia, e a raccontarla con meno paura. Una bambina, alla fine, l’ha detto meglio di qualsiasi manuale: le lacrime non fanno male, se piango vuol dire che ho voluto bene a quella persona.

Cinque gesti per abitare questi giorni

Un bambino cammina tra le lapidi di un grande cimitero sul prato

Il cimitero militare tedesco in Normandia

Non servono grandi cerimonie. Bastano piccoli gesti, fatti insieme e con consapevolezza; se poi riprendono la tradizione, diventano anche un modo per parlare di antenati, di storia, di origini, e tutto diventa più giocoso e semplice anche per noi adulti:

  1. Accendete una luce. Intagliate insieme una zucca o una rapa, come si faceva nella tradizione veneta, e metteteci dentro un lumino. Posatela sul davanzale nella notte tra il 1° e il 2 novembre: una luce per guidare le anime verso casa.
  2. Apparecchiate per loro. Cucinate castagne, zucca, patate americane, fave o ossi dei morti. Accendete una candela e lasciate un posto in più a tavola come facevano i nonni dei nostri nonni.
  3. Fate filò. Sedetevi vicini e raccontate la storia di un nonno, di una bisnonna, di un antenato: com’era, cosa amava, una sua frase. Sfogliate le foto di famiglia.
  4. Andate a trovarli. Visitate il cimitero insieme: portate un fiore, pulite una lapide, osservate i nomi e le date. Lasciate spazio alle domande.
  5. Leggete insieme. Scegliete un albo illustrato sulla morte e sul ricordo, e prendetevi il tempo di sfogliarlo con calma.

Leggere insieme: le parole arrivano dalle storie

Gli albi illustrati sono uno degli strumenti più preziosi per parlare di morte ai bambini. Tutto in un albo è narrazione: le immagini, le parole, i colori, perfino la copertina, che spesso racconta un inizio e una fine. E lo spazio del racconto è un’esperienza emotiva intensa ma protetta: quando serve, si chiude il libro. Non sono solo per i bambini: molti parlano anche, e forse soprattutto, a noi adulti.

Di quali albi scegliere, e di come usarli, parleremo a fondo in un webinar dedicato a fine novembre: come parlare di morte ai bambini attraverso gli albi illustrati, che condurrò insieme a Simona Drago di Leggimi un libro, esperta di letteratura per l’infanzia.

Presto vi racconterò tutti i dettagli.

Come farlo conta tanto quanto il cosa. Leggete quando siete sereni, non prima di dormire, con i dispositivi spenti. Continuate a leggere insieme anche quando i bambini sanno farlo da soli: la lettura condivisa è un’esperienza di inclusione. Guardate le immagini, fermatevi quando serve, lasciate spazio alle domande. La lettura profonda allena un pensiero lento, capace di riflessione e di immaginazione.

Non occorre avere tutte le risposte: basta esserci, e ascoltare.

E se volete festeggiare Halloween, fatelo pure, con i costumi e i dolcetti. Ma raccontate loro da dove viene. Liquidare Halloween con un “non è una festa nostra” significa lasciarsi sfuggire un’occasione: quella di prendere per mano i bambini proprio dove sono già, curiosi e affascinati, e portarli un passo più in là.

Ogni festività può diventare un processo educativo, se la riempiamo di significato. Conoscere le radici dei nostri gesti ci riconnette alla nostra storia, ci rende più presenti e ci restituisce il coraggio di guardare la morte come parte della vita.

Che sia Halloween o no, questo tempo è un dono. Non sì o no, ma come.

Se avete domande, dubbi o semplicemente volete confrontarvi su questi temi, potete scrivermi in privato o contattarmi: sarò felice di rispondervi.

Difficilmente Samhain sarebbe stato banale e superficiale come la festa moderna: i popoli antichi prendevano la morte molto sul serio.

Luke Eastwood, Samhain: The Roots of Halloween

Il Cimitero Maggiore di Padova

Fonti e letture

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