Lasciar andare

Quando il sistema può smettere di fare la guardia

28 Ottobre 2026 · di Barbara Visentin

In questi giorni gli alberi ci mostrano un gesto che noi umani facciamo una fatica enorme a imparare. Non strappano le foglie, non le trattengono: le lasciano cadere quando è il momento. E a primavera, dallo stesso ramo, torna la vita.

“Lascia andare” è una frase che ci sentiamo dire spesso. Come se bastasse deciderlo e ci fosse un interruttore ON/OFF per farlo.

Ma chi vive con un corpo sempre in allerta, con il respiro corto, la mascella serrata e il pensiero che corre anche di notte, sa che non funziona così. Non si lascia andare a comando.

Allora cosa significa, veramente, lasciar andare? E soprattutto: quando è sicuro farlo?

Lasciar andare, in naturopatia

Una foglia di faggio che vira dal verde al giallo e al bruno, ancora appesa al ramo

La naturopatia parte da un’idea antica: il corpo possiede una propria intelligenza di guarigione, la vis medicatrix naturae. Il nostro compito non è forzarla, ma togliere gli ostacoli che le impediscono di lavorare, fornire degli stimoli affinché il sistema ritrovi il suo equilibrio.

In questa visione la vita è ritmica: inspiro ed espiro. Veglia e sonno. Assimilo ed elimino. Ogni sistema vivente ha fasi in cui prende e fasi in cui rilascia, e la salute sta nell’alternanza fra le due polarità.

Lasciar andare, allora, è la metà del ritmo che spesso dimentichiamo. È l’espirazione che svuota fino in fondo (che spesso con le mie pazienti in studio forzo ad allungare), il sonno che ripara, la digestione che può compiersi solo quando ci fermiamo.
L’errore che tutti facciamo è credere che sia un semplice atto di volontà, quando è semplicemente uno spazio che si apre, quando smettiamo di trattenere.

Non a caso l’autunno, nella tradizione naturopatica e nella Ruota dell’Anno, è la stagione del rilascio (gli organi collegati in MTC sono proprio il polmone, sede del respiro, e l’intestino crasso, l’organo del lasciare andare per eccellenza).

Quando il sistema non riesce a mollare

Barbara Visentin sorride sotto le chiome dorate di un bosco di faggi

Il nostro sistema nervoso autonomo ha un compito preciso: tenerci vivi. Quando percepisce un pericolo, reale o immaginato, ci prepara a reagire. Il cuore accelera, i muscoli si tendono, il respiro si alza nel petto, l’attenzione si stringe.

Il problema quindi non è l’allerta, che di per sé è sana, ma l’allerta prolungata, costante, che non si spegne più. Dopo un lutto, una malattia, un lungo periodo di fatica o di cura verso gli altri, il corpo può restare di guardia anche quando il pericolo è passato. È quella che chiamiamo ipervigilanza: dormire “con un occhio aperto”, controllare, prevedere, non riuscire a stare fermi.

In questo stato chiedere a sé stessi di “lasciar andare” può risultare faticoso e sembrare una minaccia. Per un sistema che crede di proteggerci, mollare la presa significa esporsi. Ecco perché il controllo non si scioglie con la volontà: va rassicurato, non combattuto.

Il corpo rilascia quando si sente al sicuro. La sicurezza viene prima della resa.

L’abbiamo visto molto bene nel nostro percorso Eros & Thanatos, che si è concluso proprio ieri sera (spoiler alert: partirà un nuovo percorso il 19/01/2027!).

Il suono come luogo sicuro

Sguardo verso l’alto, tra le foglie verdi e gialle della chioma degli alberi

Prima ancora di vedere, abbiamo ascoltato. Nel grembo eravamo avvolti dal battito del cuore materno, dal respiro, dal fluire del sangue: un mondo di suoni ritmici e continui che significava una cosa sola, sei al sicuro. Il suono è la nostra prima casa.

Un suono armonico non arriva solo alle orecchie: le campane armoniche, ad esempio, vibrano nell’aria e nei tessuti, si sentono nel petto, nelle ossa, sulla pelle. Sono suoni ricchi di armonici, le note più sottili che accompagnano ogni nota fondamentale, e che la natura conosce da sempre: il vento tra gli alberi, il mare, l’acqua che scorre. Forse è per questo che li sentiamo così familiari.

Per un sistema in allerta, il silenzio può essere un luogo pieno di pensieri e di attese. Un suono lento, costante e prevedibile offre invece qualcosa a cui affidarsi. Il respiro tende spontaneamente a seguirlo e ad allungarsi, l’attenzione smette di sorvegliare e comincia ad ascoltare. Il corpo non deve più controllare cosa succederà: lo sa già, perché l’onda torna.

La solitudine dell’ipervigilante

Una figura in piedi tra rocce e faggi in un bosco autunnale

Chi vive in ipervigilanza si sente spesso separato, come se dovesse reggere il mondo da solo. Il suono armonico ci ricorda il contrario: siamo fatti degli stessi ritmi della natura, il battito, il respiro, le maree, le stagioni. Siamo connessi. Nella vibrazione condivisa di un cerchio ci si sente di nuovo parte di qualcosa di più grande. Ed è da questo senso di appartenenza che il corpo trova il coraggio di lasciar andare.

Quando posso affidarmi?

Posso affidarmi quando c’è qualcosa che mi sostiene. Non prima. Lasciar andare quindi non è più un cadere nel vuoto, ma un appoggiarsi.

Il corpo lo sa già. Ogni sera ci affidiamo al sonno senza sapere cosa accadrà, ma lo facciamo in un letto, al buio, in un luogo che riconosciamo come casa. Gli antichi chiamavano il sonno fratello della morte: anche il più grande dei lasciar andare chiede un luogo sicuro dove compiersi.

Ci sono alcuni segnali che dicono al sistema “adesso puoi”, e a cui possiamo ricorrere per ricordare al corpo questo senso di sicurezza:

  • un appoggio fisico: la terra sotto di sé, una parete dietro la schiena, il peso di una coperta;
  • una presenza di cui ci si fida, anche silenziosa;
  • un tempo protetto, con un inizio e una fine;
  • un ritmo lento e prevedibile, come un’onda o un suono che si ripete.

Cosa è saggio fare

Foglie secche e un riccio di castagna sul sottobosco

La saggezza qui è nella gradualità. Un sistema che è stato a lungo in allerta non va spinto ma invitato, un poco alla volta.

  1. Accorgersi, senza correggere. Nota dove stai trattenendo: le spalle, la mandibola, il ventre. Non serve sciogliere subito. Inizia con l’osservare e “vedere”.
  2. Allungare l’espirazione. Lascia che il respiro esca un po’ più lento di come è entrato. È il modo più semplice per dire al corpo che può rallentare.
  3. Cercare un appoggio. Sdraiati a terra, o siediti con la schiena sostenuta. Senti il peso che si abbandona. Lasciar andare inizia dal lasciarsi sostenere e condurre.
  4. Affidarsi al suono. Un suono costante e avvolgente dà alla mente qualcosa a cui appoggiarsi, mentre il corpo può smettere di fare la guardia.
  5. Non farlo da soli. Un cerchio, una presenza, una guida. Il sistema nervoso si regola anche attraverso gli altri.
  6. Onorare le piccole morti. Un oggetto da salutare, un’abitudine da chiudere, una stagione da congedare. Sono le palestre quotidiane della resa.

E quando la tensione è molto forte, dura da tanto o nasce da un trauma, è saggio farsi accompagnare da un professionista. Lasciar andare è un gesto di resa che sottende un atto di fiducia, e merita il giusto sostegno.

Una soglia da attraversare insieme

Un viale alberato con le foglie gialle cadute sul prato

Lasciar andare è scoprire che non dobbiamo reggere tutto da soli. È l’albero che si fida dell’inverno, il respiro che si fida del prossimo respiro, il corpo che si fida del sonno.

In questo autunno, con il percorso 9 settimane per lasciar andare, ci esercitiamo proprio così: con gentilezza, senza forzare, sostenuti dal suono e dal cerchio.

Martedì 3 novembre ci incontriamo a Padovanuoto per La Soglia, un’armonizzazione sonora aperta a tutti. Un tempo protetto in cui il sistema può, finalmente, smettere di fare la guardia.

Iscriviti al percorso o all’armonizzazione del 3 novembre

Il corpo rilascia quando si sente al sicuro. La sicurezza viene prima della resa.

Barbara Visentin

L’albero che si fida dell’inverno

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