Il diritto alla sconnessione

QUANDO IL SILENZIO DIVENTA CURA

27 Luglio 2026 · di Barbara Visentin

Se il rumore del mare sovrasta quello dei pensieri, sei nel posto giusto

Da più di un mese sono quasi assente dai social. Non è la prima volta che mi succede, e ogni volta noto lo stesso meccanismo: appena mi concedo una pausa, il ritorno al flusso si fa sempre più faticoso. Non perché i social mi piacciano meno, ma perchè qualcosa dentro scatta, la frequenza cambia ed è più difficile tornare a quella precedente. Quando posso mi piace prendermi queste pause, sia per il gusto di sentirmi nel controllo, ma soprattutto perchè la vita presente e reale me lo chiede ed ho la possibilità di farlo.

Quello a cui pensavo in questi giorni è che quella fatica a tornare è anche il segnale che c’è qualcosa nel mio modo di comunicare che non mi piace più, che ha bisogno di essere ripensato prima di riprendere.

È un po’ come tornare a casa dopo settimane di viaggio: dopo tanti giorni in camper, quando rientro a casa, la casa mi sembra sempre enorme. E puntualmente sento il bisogno di cambiare qualcosa nell’arredamento, spostare i mobili, togliere il superfluo, regalare o riciclare oggetti, perché mi accorgo che, nonostante gli innumerevoli decluttering, ho sempre più di quello che mi serve davvero. La pausa dai social funziona un po’ allo stesso modo: la pausa diventa uno sguardo nuovo su un’abitudine che, vista da fuori, si rivela più ingombrante di quanto sembrasse da dentro.

L’ultimo mese è stato denso di emozioni e di cambiamenti. Mi sono dedicata molto al volontariato, ho incontrato tante persone, ho portato il mio supporto attraverso le campane tibetane e grazie alla lentezza che le campane permettono di riscoprire, ho potuto dedicare più tempo alla scrittura intima, al riposo e alle relazioni. Per me non è mai stato importante raccontare cosa faccio e con chi, ma condividere le emozioni, un modo di trovare un linguaggio comune con altre persone che vivono con i miei stessi filtri la realtà. Ma esistono periodi in cui la condivisione verso l’esterno diventa faticosa, per mille motivi, ad esempio perchè le persone che ci sono vicine hanno bisogno di noi con un’energia più presente, più totalizzante; ed è in quei momenti ed in quella presenza che si riscopre un ritmo lento che sembra impossibile da mantenere sempre, perché i ritmi cronici della vita non dipendono sempre da noi. Non sempre possiamo scegliere quando sconnetterci. Quindi quando ce n’è la possibilità, d’estate di solito, mi concedo periodicamente un periodo di digital detox: e noto subito come tutto vibri ad una frequenza diversa, ritorno alle riflessioni più profondi, alla scrittura di pezzi più lunghi, alla possibilità di raccontare storie ed emozioni con calma, di dedicarmi alle relazioni, di lasciare che il pensiero vaghi senza il bisogno immediato di fissarlo su carta, sul telefono, sul computer.

Sull'altalena di Leuca, tra il mare e il tempo che rallentaNon è un tema nuovo per me, anzi. Nel gennaio del 2017 mi sono diplomata in naturopatia con una tesi intitolata “Benessere Digitale”, nata da una domanda che allora mi sembrava quasi scomoda: qual è la “vita vera” di cui tanto si parla, quando ormai anche il nostro pensiero “reale” è continuamente connesso a quello virtuale? Dov’è davvero il confine? Sono passati quasi dieci anni e quella domanda, invece di sciogliersi, si è fatta più urgente: l’intelligenza artificiale ha reso ogni stimolo digitale ancora più veloce, più pervasivo, e capace di anticipare i nostri desideri prima ancora che li riconosciamo come nostri.

Il sovraccarico informativo è diventato un problema reale e sempre più diffuso che causa diversi disequilibri fisici (ansia, respiro corto, mal di testa, gonfiori solo per citarne alcuni di molto diffusi).

Rileggere oggi quelle pagine mi fa uno strano effetto: da un lato la tenerezza di ritrovarmi nelle stesse domande di allora; dall’altro la conferma che certe intuizioni, quando nascono da un’osservazione onesta di sé, restano vere più a lungo di quanto ci si aspetti.

La copertina della tesi Benessere Digitale, A.A. 2016/2017Una delle cose che scrissi allora, e che ancora oggi porto con me nel lavoro con i clienti, riguarda proprio la FOMO (la paura di perdere qualcosa, di restare esclusi) e il modo in cui distorce la percezione della realtà. Stare troppo sui social ci porta a paragonare la nostra vita a quella degli altri: in quel confronto ci si sente sempre tra chi ha meno, tra chi si diverte meno. Succede in ogni ambito, anche nel mondo della spiritualità e del benessere: vorremmo sempre fare di più, avere di più, trovare più tempo per certe pratiche, finendo nel circolo vizioso di pensare che “più è meglio”.

Nella mia tesi citavo una ricerca dell’Happiness Research Institute danese, condotta nel 2015 su oltre mille persone: chi per una settimana aveva smesso di usare i social (all’epoca Facebook) riportava un livello di soddisfazione per la propria vita significativamente più alto rispetto a chi aveva continuato a usarlo, punteggi più alti di felicità ed entusiasmo, punteggi più bassi di tristezza e solitudine, e una maggiore capacità di concentrazione nella vita quotidiana. Una sola settimana. Non serve sparire per sempre: basta un distacco reale perché il sistema nervoso, e con lui la percezione di sé, comincino a ricalibrarsi.

Una cosa che mi hanno insegnato le campane tibetane negli anni è di “lasciare andare tutto ciò che non mi serve”, compreso l’eccesso di informazione o la necessità di prendere parte a tutto.

Quando ci si disconnette, si sposta lo sguardo da fuori a dentro e si scopre di avere moltissimo.
Quello che abbiamo è giusto e bello valorizzarlo e raccontarlo, non per suscitare invidia, ma per offrire uno spunto su quanto sia bello vivere con consapevolezza ciò che si ha, trovando sempre il meglio in quello che già c’è. Da questo punto di vista i social possono fare un lavoro prezioso: permettono di raccontare anche l’ordinarietà come qualcosa di speciale, perché, se vissuta con consapevolezza, lo è davvero.

Per questo, dopo questo periodo di disconnessione, sento il desiderio di ricominciare a raccontare in modo diverso quello che vivo: ad esempio la particolarità e la ricchezza degli incontri quotidiani. Non so ancora esattamente come lo farò. Ma una cosa mi è chiara: esiste così tanta bellezza nella vita ordinaria che non possiamo permetterci di lasciarcela sfuggire, semplicemente perché il sovraccarico sposta il nostro focus su ciò che manca e non su ciò che c’è, finendo per far sembrare banale proprio ciò che, invece, è speciale.

Sempre più spesso si parla di tutto ciò che non viene fatto, non viene agito, che sarebbe giusto fare o si condannano comportamenti. Ma io credo che a fianco a una sana indignazione, che ci permette di capire cosa non va, sia necessario coltivare anche l’amore per la bellezza di cui siamo circondati tutti i giorni, e di questo vorrei occuparmi. Ma per poterlo fare dobbiamo essere in grado di riconoscerla e avere il tempo di narrarla.

Barbara Visentin in ufficioCiò che ho raccontato molto poco negli anni sono le due anime che mi abitano e che questo tema attraversa entrambe. Da tanti anni mi occupo di benessere e armonia attraverso la naturopatia, il suono, e la death education. Ma ho anche un’altra anima, più aziendale: lavoro in azienda da 25 anni, prima nel mondo del marketing e della comunicazione, oggi come assistente di direzione di un’azienda di servizi nell’ambito informativo. È un lavoro che amo, perché è un lavoro di relazione. Ed è proprio in questo ambito che mi trovo sempre più spesso a dover difendere il diritto alla sconnessione, portando dentro le riunioni lo stesso sguardo che porto in studio con i miei clienti.

La settimana scorsa ho avuto un confronto acceso con alcuni manager su questo tema. Per farmi capire nei termini del mondo aziendale, ho parlato di produttività: la sconnessione non è un lusso, è una leva. Non ho difeso un ritorno obbligato alle classiche due o tre settimane di chiusura collettiva ad agosto perchè trovo giusto che oggi le ferie si possano spalmare durante l’anno, ed è un cambiamento che ha anche i suoi vantaggi, ma quelle chiusure, lo ammetto, un po’ le rimpiango, perché garantivano a tutti, senza doverlo negoziare o giustificare, lo stesso tempo protetto. Ciò che non trovo giusto è che, spalmando le ferie, si sia perso insieme a quella rigidità anche il diritto reale alla sconnessione: quando l’azienda continua a correre mentre solo una parte del personale è in ferie, chi è a casa resta comunque agganciato — controlla le notifiche, legge le mail, spesso risponde anche dalle vacanze. È un fenomeno che conosco bene, soprattutto nelle aziende come la mia, dove lo smart working parziale rende il confine tra dentro e fuori ancora più sottile. Per questo ho ribadito la necessità di non avere device a disposizione quando si è in ferie: chiunque l’abbia sperimentato lo sa, nelle due o tre settimane di pausa il cervello inizia davvero a cambiare ritmo, e il sonno inizia a modificarsi solo dopo la prima settimana. Se la settimana disponibile è una sola, e a questo si somma lo stimolo costante del device, il recupero non fa nemmeno in tempo a cominciare. Non è solo una mia impressione: già nella mia tesi, quasi dieci anni fa, riportavo che una parte enorme dei manager aziendali arriva a uno stato di burnout proprio per aver accettato il patto implicito della reperibilità sempre e ovunque, con la conseguente incapacità di dare ai pensieri un ordine proprio, dettato invece dalle richieste esterne che arrivano da qualunque canale acceso. Le ricerche più recenti su carico cognitivo e notifiche vanno nella stessa direzione: bastano poche interruzioni ravvicinate perché il cervello impieghi diversi minuti a recuperare la concentrazione perduta, e i benefici di un vero distacco tecnologico su stress e qualità del sonno sono oggi misurabili in modo sempre più chiaro.

Anche il quadro normativo, in Italia, si sta muovendo — lentamente, ma si muove. Il diritto alla sconnessione è comparso per la prima volta nella legge sul lavoro agile del 2017 (lo stesso anno della mia tesi) che prevedeva la definizione di tempi di riposo e misure tecniche per garantire la disconnessione dagli strumenti di lavoro, ma solo all’interno dell’accordo individuale di smart working: non un diritto generale, quindi, ma qualcosa legato a una modalità contrattuale specifica. Negli ultimi mesi il tema si è fatto più concreto: nel 2026 sono arrivate nuove norme che, per la prima volta, introducono sanzioni per le aziende che non adottano misure tecniche per impedire le comunicazioni professionali fuori dall’orario contrattuale, e che riconoscono una tutela più forte anche sul piano della salute del lavoratore. È un percorso simile a quello già intrapreso da Francia e Spagna negli anni precedenti, e che il Parlamento europeo continua a spingere verso una direttiva comune. Restano molte zone grigie ma la direzione culturale, oltre che normativa, sta cambiando, ed è bello poter dire, dopo tanti anni, che qualcosa che scrivevo quasi da sola in una tesi di diploma oggi comincia a diventare legge.

A Leuca, davanti al mare, nell'incanto del ritornoÈ anche il motivo per cui, quando lavoro come naturopata, non parlo mai di digital detox come di una lotta contro il digitale o come di un rifiuto della tecnologia. Parlo di un digiuno, temporaneo e scelto, che riporta la persona a una maggiore attenzione al proprio corpo, al respiro, alle proprie emozioni — accompagnato, quando serve, da un percorso di suonoterapia, da una consulenza di floriterapia, da sedute di counseling che aiutano a riprendere contatto con la realtà materiale. Propongo obiettivi piccoli e misurabili, non l’azzeramento: spegnere il telefono per qualche ora al giorno, scegliere momenti precisi da dedicare alla rete, sostituire gradualmente il tempo online con attività reali già segnate in agenda. È un lavoro che comincia sempre dal riconoscere quali bisogni reali (es. ansia, solitudine, stanchezza, bisogno di essere visti) si nascondono dietro un uso eccessivo dello schermo, perché lo strumento in sé non è mai il problema: lo è la mancanza di consapevolezza con cui lo usiamo.

E poi c’è un altro passaggio che considero essenziale, e che con il suono ho imparato a conoscere ancora meglio: praticare il silenzio come spazio creativo, non come vuoto da riempire. Le intuizioni non arrivano quasi mai mentre si controlla la posta elettronica. Arrivano nel silenzio coltivato, nell’ascolto di un suono che si spegne lentamente, in una conversazione senza telefono sul tavolo.

Nessuno, alla fine, rimpiange le notifiche a cui ha risposto in ferie. Si rimpiangono le conversazioni rimandate.

Concludendo non credo che sconnettersi significhi sparire, né che condividere sia sbagliato. Credo che esistano stagioni diverse — stagioni in cui raccontare è un modo di prendersi cura di sé e degli altri, e stagioni in cui il silenzio lo è altrettanto. Riconoscere quale stagione si sta vivendo, e avere il coraggio di rispettarla, è forse la forma più semplice del diritto alla sconnessione: non solo qualcosa che ci viene concesso da un contratto o da una legge, ma qualcosa che impariamo, poco alla volta, a concederci da soli.

Se in questi mesi anche tu hai sentito il bisogno di rallentare, o se fatichi a trovare il tuo ritmo tra vita reale e vita connessa, ho preparato un piccolo strumento gratuito che uso anch’io nei periodi di digital detox: un breve diario guidato di sette giorni, tra scrittura, respiro e ascolto, per riportare l’attenzione al corpo prima ancora che alla mente. Scrivimi a armonicochaos@gmail.com  per riceverlo, oppure per raccontarmi la tua esperienza di sconnessione: ogni percorso di benessere comincia sempre da una conversazione vera.

Scrivimi se vuoi dare voce al tuo momento di passaggio