La ragazza che correva
e la donna che cammina
La profondità che il tempo sa regalare
1 Luglio 2026 · di Barbara Visentin
Quella nella foto è una ragazza che ho incontrato stamattina, che correva lungo la spiaggia, con un bellissimo completino fluorescente.
Quando l’ho incontrata ho pensato “quella sono io, qualche anno fa”.
Ero sempre di corsa, letteralmente. Amavo lo sport, la forma fisica, le sveglie all’alba per incontrare il sole mentre nasceva. Avevo un desiderio quasi inesauribile di vivere tutto ciò che la vita poteva offrirmi. Sentivo il bisogno di sperimentare, esplorare, riempire le giornate di esperienze. Correre era il modo più semplice e più autentico che conoscevo per sentirmi viva.
Quando la vita mi metteva un limite, però, nasceva il conflitto. Prima arrivava la rabbia, intensa. Solo dopo, quando quella rabbia si consumava, riuscivano ad arrivare l’accettazione e la comprensione.
Oggi, durante le mia passeggiata all’alba, ho incontrato questa ragazza che correva. Aveva le cuffie nelle orecchie, il passo deciso, lo sguardo rivolto sempre un po’ più avanti. E mi sono rivista. La differenza è che oggi io cammino.
Quando dico: “Sto iniziando ad avere una certa età”, quasi tutti mi rispondono: “Ma figurati, sei giovanissima. Hai ancora tantissimo davanti.” Ed è vero parzialmente. La vita ha ancora moltissimo da offrirmi e io desidero continuare ad assaporarla fino in fondo.
Ma oggi la vita mi chiede qualcosa di diverso. Le mie ginocchia, dopo trent’anni di corse all’alba, iniziano a raccontare la loro storia. Scricchiolano. Mi chiedono rispetto e ascolto. Così ho imparato a fermarmi quando il corpo dà i primi segnali, invece di costringerlo a urlare per farsi sentire come ho fatto per tanto tempo.
Ho scoperto altri modi di abitare il movimento: le camminate, il nuoto, la palestra, il sup, il trekking, la bicicletta. Alternative che un tempo avrei considerato semplici ripieghi. Per me esisteva solo la corsa. Bastavano un paio di scarpe e il mondo diventava esplorabile, passando da un’esperienza all’altra. Cercavo orizzonti sempre nuovi. Cercavo anche, forse, di dimostrare qualcosa a me stessa.
Oggi la lentezza mi sta insegnando un altro modo di esplorare. Non più in larghezza ma in profondità. Lavorare con persone che accudiscono persone malate, anziane o nel fine vita mi ha insegnato qualcosa che nessun libro avrebbe potuto trasmettermi. Attraverso i loro occhi ho imparato a guardare anche dentro di me: la profondità non significa accumulare più sapere, ma vivere di più in ciò che si sta vivendo. Abitare pienamente un’esperienza.
È questo che sto cercando di integrare nel mio lavoro, nelle mie relazioni e nella mia vita. Perché questa sono io oggi. Non so cosa la vita mi riserverà ancora, ma sono profondamente felice di poter vivere questa età. Anzitutto perché posso viverla, e non è affatto scontato. Confrontarmi ogni giorno con corpi fragili, con diagnosi a volte infauste e con chi si avvicina alla fine della propria vita mi ricorda continuamente che invecchiare non è una perdita, una sconfitta come spesso la vediamo, ma è un privilegio.
Tutti navighiamo nello stesso mare. Tutti attraversiamo dolori, cambiamenti, perdite. Tutti cerchiamo, come possiamo, di vivere al meglio ciò che la vita ci mette davanti. Ma possiamo scegliere come attraversarla.
Quello che desidero continuare a fare, anche con le persone che si affidano a me, è accompagnarle a riconoscere le risorse che continua a donare la vita, e non solo i limiti che pone. E quando rallentiamo spesso iniziamo a vedere ciò che prima ci sfuggiva.
Con il tempo mi sono accorta che invecchiare porta con sé questo dono silenzioso: da giovani è naturale vivere proiettati verso ciò che manca: l’esperienza che ancora non abbiamo fatto, il traguardo da raggiungere, il corpo da migliorare, il luogo dove vorremmo essere, la versione di noi che immaginiamo nel futuro. È un’energia meravigliosa. È quella che ci permette di costruire la nostra vita. Ma avvicinandomi ai 50 ho scoperto la ricchezza di ciò che è già qui. Mentre camminavo stamane me ne sono venute in mente alcune:
Godere di un tramonto in riva al mare con la propria famiglia.
Sedersi a tavola con le persone che ami e accorgerti che il dono non è il cibo, ma il tempo condiviso.
Svegliarti all’alba e camminare lentamente, senza sentire il bisogno di trasformare ogni uscita in una prestazione.
Scoprire gli stessi luoghi con uno sguardo nuovo, perché nel frattempo sei cambiata tu.
Incontrare una persona e concederti il lusso di una conversazione lunga, senza guardare continuamente l’orologio, lasciando che le parole trovino il loro ritmo.
Fermarti davanti al mare e osservare un’onda che si infrange contro uno scoglio. Poi un’altra. E un’altra ancora. Rimanere lì, senza la fretta di andare altrove, semplicemente ad assistere al respiro delle maree, al movimento incessante dell’acqua che da milioni di anni continua a raccontare la stessa storia in forme sempre diverse.
Perdersi all’interno di un bosco e assaporarne ogni profumo.
Poter vivere il tempo lento.
Perché quando l’orologio smette di scandire ogni istante della giornata, inizi finalmente ad abitare il tempo invece di rincorrerlo e scoprire che la felicità non vive necessariamente nelle esperienze straordinarie, ma nella profondità con cui impariamo ad abitare quelle ordinarie. L’ho inserito anche nella home di questo sito, questa frase di Chochinov che per me è una guida: “ogni vita apparentemente ordinaria, appare straordinaria se ci concediamo il tempo di osservarla da vicino”. Ed è quello che mi accade ogni volta che parlo con qualcuno, che sia un/a cliente, un/a amico/a o una persona che ho appena conosciuto o incontrato sulla mia strada.
Quest’anno poi, ho avuto il privilegio di fare volontariato in una casa di suore. Con loro ho parlato molto di fede.
Mi hanno lasciato un’immagine che porto con me: avere fede significa allargare lo sguardo. È guardare oltre la nostra dimensione egoica. Oltre ciò che controlliamo. Oltre i nostri limiti. E vedere la bellezza lì dove prima scorgevamo solo difficoltà, affidandosi a qualcosa di più grande, che ognuno può chiamare con il nome che sente più vero: Dio, la Natura, l’Universo, la Madre Terra. Quel qualcosa che ci offre uno spunto a scendere più in profondità. E non è un caso se questa consapevolezza arriva con l’età matura.
Anche il corpo, con il passare degli anni, ci accompagna in questa direzione. Ci costringe ad affinare l’ascolto. A vent’anni possiamo ignorare molti segnali. Il corpo riesce ancora a ritrovare facilmente il proprio equilibrio. Nel mio caso sono sempre stata dotata di una costituzione molto forte. Per questo mi è stato ancora più facile non ascoltare. Chi nasce con un corpo più fragile sviluppa spesso questa sensibilità molto prima. Per me, invece, è stato un dono arrivato con il tempo.
E allora, quando qualcuno mi dice: “Ma sei ancora giovane”, oggi sorrido e rispondo: “No. Per fortuna no.” Per fortuna posso vivere un’altra stagione della vita. Per fortuna posso conoscere ciò che i vent’anni (e nemmeno i trenta) non potevano insegnarmi. Per fortuna posso apprezzare di più ciò che ho, invece di vivere costantemente nel desiderio di ciò che ancora mi manca.
E attraversare età diverse e lasciarsi trasformare da ognuna di esse è una richiesta più che un’opportunità.
Le rughe, a dire il vero, non mi entusiasmano. La pelle è meno tonica, più secca, il viso cambia espressione. Ma anche questo racconta qualcosa:
Mi insegna a osservare il tempo invece di combatterlo.
Mi insegna che i processi di rigenerazione sono più lenti e proprio per questo diventano più visibili.
Posso contemplare la trasformazione.
Posso assistere al cambiamento senza avere fretta che finisca.
Ogni età ha una propria bellezza. E sarebbe un peccato rimanere aggrappati a quella precedente, rinunciando ai doni che quella presente è pronta a offrirci.
Se oggi incontrassi quella ragazza che corre sulla spiaggia, non le direi però di rallentare. Aveva bisogno di correre per diventare la donna che sono oggi. Ma se potessi camminarle accanto per qualche minuto, le sussurrerei soltanto questo: arriverà un giorno in cui scoprirai che non tutta la vita si conquista accelerando. Alcune delle sue meraviglie si lasciano incontrare solo quando scegli di rallentare.
E Forse è proprio per questo che, senza rendermene conto, ho scelto come simbolo del mio progetto una lumaca che corre.
Un piccolo ossimoro, come Armonico Chaos. Un’immagine che oggi mi rappresenta più di quanto potessi immaginare quando l’ho creata tanti anni fa: non è la velocità a dirci se stiamo vivendo davvero.
È la presenza. È l’intensità con cui attraversiamo ciò che stiamo vivendo.
La mia lumaca corre, ma lo fa al suo ritmo.
Un ritmo che non rincorre più il tempo, ma lo abita.
Questo è anche il significato più autentico di Armonico Chaos: scoprire che l’armonia non nasce quando il caos scompare ma quando smettiamo di combatterlo e impariamo a danzare con lui.
Con i suoi imprevisti, i suoi cambiamenti, con le stagioni della vita.
Anche quando ci chiedono di rallentare.
Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per poter partorire una stella danzante